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Sicurezza dei dati nelle multifunzione Toshiba: perché la fotocopiatrice è un computer da proteggere

Una multifunzione da ufficio moderna non è più un semplice elettrodomestico che stampa fogli: è un computer di rete a tutti gli effetti, con processore, memoria, sistema operativo e, nella maggior parte dei casi, un disco interno che conserva - anche solo temporaneamente - i documenti che vi transitano. Per le aziende italiane, capire questo cambio di prospettiva è il primo passo per mettere in sicurezza contratti, buste paga, dati sanitari e informazioni dei clienti che ogni giorno passano dal vassoio della fotocopiatrice.

Chiunque lavori in un ufficio ha in mente l'immagine della fotocopiatrice come un elettrodomestico neutro, poco più di una stampante evoluta. In realtà, dietro il pannello touch di una multifunzione di fascia media o alta si nasconde un'architettura informatica completa: una CPU dedicata, memoria RAM, uno spazio di archiviazione (disco rigido, SSD o memoria eMMC a seconda del modello), un sistema operativo embedded - spesso derivato da Linux - e una o più interfacce di rete, cablate o wireless. A questo si aggiunge quasi sempre un piccolo server web interno, che permette di amministrare il dispositivo da browser, e connettori verso email, cartelle di rete, servizi cloud e, sempre più spesso, piattaforme di gestione documentale.

È proprio questa somiglianza con un computer a tutti gli effetti che rende la sicurezza dei dati un tema centrale, e non accessorio, quando si sceglie o si gestisce una multifunzione aziendale. Molti reparti IT investono energie considerevoli nella protezione di server e postazioni di lavoro, ma trattano ancora le stampanti come periferiche passive, fuori dal perimetro da sorvegliare. È un punto cieco pericoloso: una multifunzione collegata alla rete aziendale può diventare un varco di accesso per chi vuole muoversi lateralmente verso altri sistemi, oppure - più semplicemente - un archivio non protetto di tutto ciò che è stato stampato, copiato o scansionato negli ultimi giorni o mesi.

In questo articolo vediamo prima quali sono i rischi concreti legati ai dati che transitano su una fotocopiatrice di rete, poi come Toshiba affronta il problema a livello di hardware e software sulle proprie multifunzione, e infine cosa significa tutto questo per la conformità al GDPR delle aziende italiane, con una checklist pratica da poter applicare fin da subito.

Un computer travestito da fotocopiatrice

Per capire dove nascono i rischi, bisogna prima capire cosa succede materialmente dentro il dispositivo quando si stampa, si copia o si scansiona un documento. Il file - o l'immagine acquisita dallo scanner - viene elaborato dal processore interno, spesso convertito in un formato intermedio e, in molti casi, scritto temporaneamente sul disco prima di essere inviato alla stampante fisica, all'email di destinazione o alla cartella condivisa. Questa scrittura temporanea serve a funzioni utilissime, come il rilascio ritardato dei lavori, la ristampa dell'ultimo documento o la conservazione di una copia per l'archiviazione automatica.

Il problema è che «temporaneo» non significa «invisibile» o «già cancellato». Se lo spazio di archiviazione non è protetto da cifratura e da meccanismi di sovrascrittura, quei dati possono restare recuperabili sul disco molto più a lungo di quanto un utente immagini, esattamente come accade su un normale computer quando si cancella un file senza svuotare il cestino in modo sicuro. Su una multifunzione condivisa da decine di persone, in un anno possono accumularsi migliaia di documenti sensibili: contratti, curriculum, referti, estratti conto, dati di dipendenti e clienti.

A tutto questo si aggiunge la superficie di attacco tipica di qualsiasi dispositivo di rete: un pannello di amministrazione web raggiungibile da browser, protocolli di stampa e scansione che dialogano con altri sistemi, credenziali salvate per l'invio automatico di email o per l'accesso a cartelle condivise. Se questi elementi non sono configurati e aggiornati correttamente, la fotocopiatrice smette di essere un accessorio innocuo e diventa un endpoint IT a pieno titolo, da trattare con le stesse cautele riservate a un server o a un PC aziendale.

Che tipo di dati restano davvero memorizzati sulla macchina

Non si tratta solo dei documenti stampati o scansionati nella loro forma completa. Una multifunzione di rete accumula, nel tempo, diverse categorie di informazioni potenzialmente sensibili. Ci sono le immagini dei lavori di stampa e delle scansioni, spesso mantenute in coda o in cache per permettere funzioni come la ristampa rapida. Ci sono le rubriche di indirizzi email e numeri fax salvati per velocizzare l'invio dei documenti scansionati, che possono includere contatti di clienti, fornitori o colleghi.

Ci sono poi i log di utilizzo: chi ha stampato cosa, quando, da quale account di rete, quante pagine, spesso anche il nome del file o del documento. Informazioni preziose per il controllo dei costi di stampa, ma altrettanto preziose - se finiscono nelle mani sbagliate - per ricostruire abitudini di lavoro, rapporti tra colleghi o l'esistenza stessa di determinati documenti riservati. Infine, non va dimenticato che spesso sulla macchina restano salvate le credenziali di rete necessarie per l'invio automatico delle scansioni via email o verso una cartella di file server: se quelle credenziali non sono protette, la fotocopiatrice diventa un punto debole anche per accedere ad altri sistemi aziendali.

I rischi concreti, non solo teorici

Il rischio più sottovalutato riguarda la dismissione del dispositivo. Quando una multifunzione a noleggio viene restituita, o una di proprietà viene rivenduta, rottamata o sostituita, il suo disco interno può continuare a contenere mesi o anni di documenti se non viene cancellato in modo sicuro. È lo stesso principio per cui non si rivende un computer aziendale senza aver prima formattato e sovrascritto il disco: con le fotocopiatrici questo passaggio viene spesso, semplicemente, dimenticato.

C'è poi il rischio legato all'esposizione in rete: pannelli di amministrazione lasciati con la password predefinita di fabbrica, firmware non aggiornati, protocolli di gestione non protetti. Chi si occupa di sicurezza informatica sa da tempo che le stampanti di rete compaiono regolarmente tra i dispositivi più trascurati durante le verifiche perimetrali di un'azienda, proprio perché considerati «periferiche» e non «computer».

Infine, ci sono i rischi più semplici e quotidiani, quelli che non richiedono competenze tecniche per essere sfruttati: il documento riservato dimenticato sul vassoio di uscita in un ufficio open space, la scansione inviata per errore al destinatario sbagliato perché selezionato dalla rubrica condivisa, il badge o il codice di sblocco lasciato scritto su un post-it accanto al pannello. Sono situazioni banali, ma nella pratica quotidiana rappresentano la causa più frequente di violazioni di dati personali legate ai dispositivi di stampa.

TPM 2.0: la cassaforte hardware dei dati sensibili

Il Trusted Platform Module, o TPM, è un chip dedicato alla sicurezza, fisicamente separato dal processore principale del dispositivo, il cui compito è generare, custodire e utilizzare chiavi crittografiche senza che queste transitino mai, in chiaro, nella memoria di sistema accessibile al software. È la stessa tecnologia che negli ultimi anni è diventata familiare a chi usa un PC Windows moderno, dove il TPM è alla base di funzioni come la cifratura del disco: un principio ormai considerato uno standard di sicurezza affidabile nel mondo informatico.

Sulle multifunzione Toshiba dotate di TPM 2.0, questo chip viene impiegato per cifrare i dati sensibili memorizzati sul dispositivo: le chiavi di cifratura restano custodite in un hardware dedicato e isolato, invece che in una semplice area di memoria software. In pratica, anche se qualcuno riuscisse a compromettere il firmware o ad accedere fisicamente ai componenti della macchina, l'accesso alle chiavi - e quindi ai dati che proteggono - resta molto più difficile rispetto a un sistema che gestisce la crittografia solo via software.

È un livello di protezione che lavora «sotto» al sistema operativo del dispositivo, quasi invisibile per chi usa la macchina ogni giorno, ma che fa una differenza sostanziale nel momento in cui si valuta quanto siano davvero al sicuro le informazioni che transitano su una fotocopiatrice condivisa da un intero ufficio.

Dischi certificati FIPS 140-2 e le unità SED autocifranti

Il FIPS 140-2 è uno standard che definisce requisiti rigorosi per i moduli crittografici, nato in ambito statunitense ma diventato nel tempo un punto di riferimento riconosciuto anche fuori dagli Stati Uniti, in particolare nei settori dove la protezione dei dati è un requisito imprescindibile: pubblica amministrazione, sanità, finanza. Un disco o un modulo crittografico certificato secondo questo standard ha superato verifiche puntuali sulla robustezza degli algoritmi utilizzati e sulla resistenza a tentativi di manomissione.

Alcune serie di multifunzione Toshiba integrano dischi certificati FIPS 140-2, e in alcuni casi si tratta di unità SED, cioè Self-Encrypting Drive: dischi autocifranti che cifrano automaticamente ogni informazione scritta al loro interno e la decifrano solo in lettura, tramite una chiave gestita a livello hardware, senza che l'utente debba fare nulla di diverso rispetto all'uso quotidiano della macchina. Il vantaggio pratico è evidente: se il disco viene rimosso dal dispositivo - per un guasto, una sostituzione o, peggio, un furto - i dati restano illeggibili senza la chiave corretta, che non è memorizzata da nessuna parte accessibile dall'esterno.

Per un'azienda, questo significa che anche nello scenario peggiore, quello della sottrazione fisica del componente hardware, il contenuto del disco non si traduce automaticamente in un accesso ai documenti che vi sono transitati. È una differenza sostanziale rispetto a un disco tradizionale non cifrato, dove i dati restano leggibili con strumenti di recupero anche piuttosto semplici da reperire.

Protezione anti-malware: difendere il sistema operativo della macchina

Se una multifunzione ha un processore e un sistema operativo, è, in linea di principio, soggetta agli stessi rischi di qualunque altro dispositivo informatico: tentativi di alterazione del firmware, installazione di codice non autorizzato, modifiche al comportamento del sistema per intercettare documenti, reindirizzare lavori di stampa o aprire un varco verso la rete aziendale. Non è fantascienza: è la stessa logica per cui un computer, uno smartphone o un router hanno bisogno di meccanismi di difesa attivi, e non solo di una password.

Le multifunzione Toshiba integrano una protezione anti-malware pensata proprio per questo scenario: un meccanismo che monitora l'integrità del sistema del dispositivo e rileva - prevenendoli - i tentativi di modifica non autorizzata, bloccando l'esecuzione di codice estraneo a quello previsto dal produttore. In pratica, il dispositivo è progettato per riconoscere quando qualcosa nel suo funzionamento interno non corrisponde più a ciò che dovrebbe essere, e per intervenire prima che l'alterazione produca conseguenze visibili all'esterno.

È un livello di difesa complementare rispetto a quanto un reparto IT può già fare a livello di rete - segmentazione, firewall, aggiornamenti regolari - ma agisce direttamente sul cuore del dispositivo, dove le protezioni perimetrali da sole non arrivano.

Autenticazione utente e stampa sicura: basta con i fogli dimenticati

Una parte consistente dei rischi legati alle multifunzione non nasce da un attacco informatico sofisticato, ma da un problema molto più semplice: chiunque può avvicinarsi al vassoio di uscita e leggere, prendere o fotografare un documento stampato da qualcun altro. È qui che entra in gioco la stampa sicura, nota anche come pull printing, ormai considerata una buona pratica standard nella gestione della stampa in ufficio.

Il funzionamento è semplice: il lavoro di stampa inviato dal computer non viene rilasciato immediatamente, ma resta in una coda protetta finché l'utente non si presenta fisicamente davanti alla macchina e si identifica, digitando un codice PIN personale o avvicinando un badge aziendale al lettore. Solo a quel punto il documento viene effettivamente stampato. Il risultato pratico è duplice: nessun foglio riservato resta incustodito sul vassoio, e ogni stampa risulta tracciabile e collegata a chi l'ha effettivamente richiesta.

Lo stesso principio di autenticazione si estende, sulle multifunzione più evolute, anche alle altre funzioni del dispositivo: copia, scansione, invio fax possono essere vincolati a un login personale, permettendo di applicare restrizioni diverse a seconda del ruolo - per esempio limitando la scansione verso l'esterno a determinati reparti, o impedendo la copia a colori a chi non ne ha necessità - e di ricostruire, in caso di necessità, chi ha utilizzato una determinata funzione e quando.

Sovrascrittura dei dati e fine vita del disco

Anche con le migliori protezioni in fase di utilizzo, resta un momento particolarmente delicato nel ciclo di vita di una multifunzione: quello della sua sostituzione, restituzione a fine noleggio o dismissione definitiva. È il momento in cui l'attenzione delle aziende, spesso concentrata sul dispositivo nuovo in arrivo, si allontana proprio da quello che sta per lasciare l'ufficio con mesi o anni di documenti ancora nella memoria.

Il principio da applicare è lo stesso valido per qualsiasi altro supporto di archiviazione aziendale: prima della dismissione, il disco deve essere sottoposto a una cancellazione sicura, tramite funzioni di sovrascrittura che rendono i dati precedenti non più recuperabili, oppure - nei casi più delicati - alla distruzione fisica del supporto stesso. Le multifunzione dotate di dischi SED autocifranti semplificano ulteriormente questo passaggio: è sufficiente rendere inaccessibile la chiave di cifratura perché l'intero contenuto del disco diventi, di fatto, illeggibile.

È una responsabilità che riguarda tanto il produttore quanto l'azienda utilizzatrice e il rivenditore che gestisce il ritiro del dispositivo a fine contratto: verificare che questo passaggio venga effettivamente eseguito, e non semplicemente dato per scontato, dovrebbe far parte di qualsiasi procedura di gestione degli asset IT in dismissione.

Cifratura dei dati in transito

La sicurezza dei dati non riguarda solo ciò che resta memorizzato sul disco, ma anche ciò che viaggia sulla rete mentre transita tra il computer, la multifunzione e le sue destinazioni finali - una casella email, una cartella condivisa, un servizio cloud. Un lavoro di stampa o una scansione inviati senza alcuna protezione possono, in teoria, essere intercettati da chiunque abbia accesso al traffico della stessa rete locale.

Per questo, oltre alla protezione dei dati «a riposo» garantita da TPM 2.0 e dai dischi cifrati, è importante che anche i dati «in transito» siano protetti tramite protocolli di cifratura sulle connessioni di rete e sull'accesso al pannello di amministrazione via browser: lo stesso principio della connessione sicura che oggi diamo per scontato quando visitiamo un sito web o accediamo alla casella di posta elettronica da remoto.

Questo aspetto diventa ancora più rilevante quando le multifunzione sono raggiungibili anche da remoto, per esempio per l'invio di stampe da postazioni fuori sede o per la gestione centralizzata da parte di un amministratore IT che non si trova fisicamente in ufficio: senza cifratura del canale, ogni comando e ogni documento che transita rischia di essere esposto.

Gestione cloud delle policy di sicurezza su tutta la flotta: e-BRIDGE CloudConnect

Le aziende con più sedi, o semplicemente con più multifunzione installate in reparti diversi, affrontano una sfida ulteriore: mantenere le stesse impostazioni di sicurezza coerenti su ogni singolo dispositivo. Basta una macchina con il firmware non aggiornato, o con l'autenticazione utente disattivata per comodità, perché l'intera flotta risulti indebolita da quell'unico anello debole.

Toshiba affronta questo problema con e-BRIDGE CloudConnect, una piattaforma di gestione cloud che permette di monitorare e amministrare le policy di sicurezza sull'intero parco multifunzione da un'unica interfaccia, indipendentemente da dove i dispositivi siano fisicamente installati. Per chi gestisce l'IT di un'azienda con più sedi, questo significa poter verificare in un solo colpo d'occhio lo stato di aggiornamento dei dispositivi, applicare impostazioni uniformi e intervenire rapidamente se un dispositivo si discosta dalla configurazione prevista, senza dover intervenire fisicamente macchina per macchina.

È un cambio di approccio significativo rispetto alla gestione «per singolo dispositivo»: la sicurezza di una flotta di multifunzione, come quella di qualsiasi parco informatico aziendale, si costruisce e si mantiene più efficacemente con una visione centralizzata, piuttosto che affidandosi alla diligenza (variabile) di chi utilizza ogni singola macchina.

GDPR: la fotocopiatrice come luogo di trattamento di dati personali

Dal punto di vista normativo, una multifunzione che scansiona un documento d'identità, una busta paga, un referto medico o un contratto sta trattando dati personali a tutti gli effetti, e questo la fa rientrare pienamente nell'ambito di applicazione del GDPR, il regolamento europeo sulla protezione dei dati. L'articolo 32 del regolamento richiede a titolari e responsabili del trattamento di adottare misure tecniche e organizzative adeguate al rischio: cifratura, controllo degli accessi, capacità di garantire la riservatezza e l'integrità dei sistemi che trattano quei dati.

In pratica, questo significa che una multifunzione aziendale non può restare fuori dall'inventario degli asset IT che un'azienda deve censire e valutare quando definisce le proprie misure di sicurezza, né può essere esclusa da un'eventuale valutazione d'impatto sulla protezione dei dati, quando i volumi o la natura delle informazioni trattate lo richiedono. Una configurazione debole del dispositivo - password di default, assenza di autenticazione, disco non cifrato - rappresenta un rischio di conformità concreto, non solo un rischio tecnico astratto.

C'è anche un altro aspetto da considerare, spesso trascurato: se un dispositivo compromesso o dismesso senza le dovute cautele porta all'esposizione di dati personali, l'azienda può trovarsi a dover gestire una violazione di dati personali (data breach) con i relativi obblighi di notifica al Garante Privacy e, nei casi più gravi, agli interessati coinvolti. Considerare la sicurezza della multifunzione come parte integrante della strategia di data protection aziendale non è quindi un eccesso di zelo, ma un adempimento che rientra a pieno titolo tra gli obblighi già previsti dalla normativa vigente.

Una checklist pratica per le aziende

Al di là delle tecnologie integrate nel singolo dispositivo, esistono alcune buone pratiche che qualsiasi azienda, indipendentemente dalle dimensioni, può applicare fin da subito per ridurre concretamente i rischi legati ai dati che transitano sulle proprie multifunzione. Censire tutte le fotocopiatrici e multifunzione collegate alla rete aziendale come veri e propri asset IT, allo stesso modo di server e computer, è il primo passo: non si può proteggere ciò che non si sa di avere.

Da lì, i passaggi successivi riguardano la configurazione: cambiare sempre le password predefinite dei pannelli di amministrazione, attivare l'autenticazione utente e, dove possibile, la stampa sicura con rilascio tramite PIN o badge, verificare che il firmware dei dispositivi sia mantenuto aggiornato nel tempo e non solo al momento dell'installazione. In fase di acquisto o noleggio, vale la pena chiedere esplicitamente se il modello scelto integra funzioni di cifratura del disco - come TPM 2.0 o unità SED - proporzionate al livello di dati sensibili che l'azienda tratta quotidianamente.

Infine, due passaggi che vengono spesso dimenticati ma che fanno una differenza concreta: pianificare in anticipo la cancellazione sicura dei dischi a fine contratto di noleggio o prima della rottamazione di un dispositivo di proprietà, e formare il personale su alcune semplici regole di comportamento quotidiano - non lasciare stampe riservate incustodite sul vassoio, verificare sempre il destinatario prima di inviare una scansione, non condividere codici PIN o badge personali con i colleghi.

Scegliere un partner, non solo un fornitore

Tutte le funzioni di sicurezza descritte in questo articolo - dalla cifratura hardware alla stampa sicura, dalla gestione cloud della flotta alla cancellazione sicura dei dischi - hanno un valore reale solo se vengono effettivamente attivate, configurate correttamente e mantenute nel tempo. Un dispositivo con TPM 2.0 e disco FIPS 140-2 lasciato con le impostazioni di fabbrica, o con l'autenticazione utente disattivata perché considerata «scomoda», offre una protezione molto inferiore a quella tecnicamente disponibile.

È il motivo per cui, quando si sceglie una multifunzione per l'ufficio, conviene affidarsi a un rivenditore che conosca a fondo non solo il listino prodotti, ma anche le implicazioni pratiche in termini di sicurezza dei dati e di conformità normativa, capace di configurare correttamente il dispositivo al momento dell'installazione e di seguirlo nel tempo, fino alla sua dismissione in sicurezza a fine vita.

Domande frequenti

Le fotocopiatrici possono davvero essere «hackerate» come un computer?

Sì. Essendo dispositivi di rete con processore, sistema operativo e connessione internet, le multifunzione possono essere bersaglio di tentativi di accesso non autorizzato, soprattutto se restano con password predefinite, firmware non aggiornato o pannelli di amministrazione esposti senza protezioni. È esattamente il motivo per cui su queste macchine servono meccanismi come la protezione anti-malware e l'autenticazione utente, non diversamente da quanto si farebbe su un server aziendale.

Cosa succede ai dati quando restituisco o rivendo una multifunzione a noleggio?

Il disco interno può contenere ancora documenti stampati o scansionati durante l'utilizzo, se non viene sottoposto a una cancellazione sicura prima della restituzione o della dismissione. Sulle macchine con dischi SED autocifranti, rendere inaccessibile la chiave di cifratura rende automaticamente illeggibile l'intero contenuto del disco, semplificando notevolmente questo passaggio delicato.

Che differenza c'è tra TPM 2.0 e un disco certificato FIPS 140-2?

Lavorano a livelli diversi ma complementari. Il TPM 2.0 è un chip hardware dedicato che genera e custodisce le chiavi crittografiche usate per proteggere i dati sensibili sul dispositivo, isolandole dal resto del sistema. Il FIPS 140-2 è invece uno standard che definisce requisiti rigorosi per la validazione dei moduli crittografici, incluse le unità disco autocifranti (SED): indica che quel componente ha superato verifiche puntuali sulla robustezza della cifratura implementata.

La stampa sicura (pull printing) rallenta il lavoro in ufficio?

Nella pratica quotidiana l'impatto è minimo: basta digitare un PIN personale o avvicinare il proprio badge al lettore quando ci si presenta davanti alla macchina per far uscire la stampa. In cambio si eliminano i fogli riservati dimenticati sul vassoio e si ottiene una tracciabilità completa di chi ha stampato cosa, un vantaggio che pesa più dei pochi secondi aggiuntivi richiesti.

Le multifunzione rientrano davvero negli obblighi GDPR di un'azienda?

Sì, ogni volta che il dispositivo tratta dati personali - documenti d'identità, buste paga, referti medici, contratti con nome e dati dei clienti - rientra nell'ambito di applicazione del regolamento. Questo significa che va inclusa nell'inventario degli asset da proteggere e nelle misure tecniche e organizzative previste dall'articolo 32 del GDPR, con il rischio di dover gestire una notifica di data breach in caso di esposizione dei dati che tratta.

Come si gestisce la sicurezza se l'azienda ha più sedi con più multifunzione?

Strumenti di gestione cloud come e-BRIDGE CloudConnect permettono di monitorare e applicare le policy di sicurezza sull'intera flotta di dispositivi da un'unica dashboard, indipendentemente da dove si trovino fisicamente le macchine, riducendo il rischio che un singolo dispositivo trascurato diventi il punto debole di tutta l'organizzazione.

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